Fudge factor
Il margine di piccola disonestà che quasi tutti si concedono pur continuando a sentirsi onesti. Il danno collettivo viene dai molti che barano un poco, non dai pochi grandi truffatori.
Il fudge factor è l’espressione con cui Dan Ariely descrive quel margine di piccola disonestà che quasi tutti si concedono restando convinti di essere persone oneste. Non è il calcolo del truffatore, è la zona morbida in cui arrotondi a tuo favore, gonfi appena una nota spese, chiudi un occhio su una regola scomoda, e ti racconti che in fondo lo fanno tutti e non fa male a nessuno.
Il punto che riguarda chi fa impresa è controintuitivo: il danno più grande non arriva dai pochi che rubano molto, ma dai molti che barano un poco. Un grande imbroglio prima o poi si scopre e si isola; mille piccole scorciatoie diffuse in azienda restano sotto la soglia dell’allarme e insieme costano di più, oltre a corrodere il modo in cui le persone si guardano tra loro. Pensa a un magazzino dove ognuno si porta a casa qualche pezzo, o a un reparto dove le ore si segnano con generosità: nessun singolo gesto sembra grave, ma sommati raccontano un’altra azienda.
La leva su cui agire non è la fiducia nella buona fede, che c’è già. È togliere occasioni e razionalizzazioni: meno zone in cui barare è facile e passa inosservato, meno storie con cui la piccola disonestà si giustifica da sola.
[ERRORE DA EVITARE]
Aspettare il grande imbroglio. Molti controlli scattano solo quando si teme la frode clamorosa, e intanto si lascia correre tutto ciò che è piccolo, perché sembra non valga la pena. È l’errore che alimenta il fudge factor: dove le piccole scorciatoie passano senza conseguenze, la soglia si abbassa per tutti e col tempo qualcuna diventa grande. Non serve un clima di sospetto. Serve rendere scomodo e visibile il piccolo strappo, così che sentirsi onesti e comportarsi bene tornino a coincidere.