Stigma del fallimento
Il marchio culturale, forte in Italia, per cui fallire significa essere dichiarati falliti nella propria statura umana e non solo nei conti dell'azienda.
Lo stigma del fallimento è il marchio culturale, particolarmente forte in Italia, per cui chi fallisce viene dichiarato “fallito” nella propria statura di persona, e non soltanto nei conti della sua azienda. La parola stessa lo tradisce: altrove si dice che un’impresa ha chiuso, da noi si dice che un uomo è fallito, come se la sconfitta economica fosse un verdetto sul suo valore umano. È una zavorra che trattiene molti aspiranti imprenditori prima ancora che provino, e che punisce a lungo chi ha provato e non ce l’ha fatta.
Per chi fa impresa conta in due modi. Il primo è personale: la paura di essere marchiato spinge a non osare, o a nascondere le difficoltà finché diventano irrecuperabili. Il secondo è collettivo: dove il fallimento è una condanna sociale, chi cade fatica a rialzarsi e a rimettere in circolo quello che ha imparato. Nei contesti dove invece è letto come esperienza utile, chi ha fallito una volta riparte spesso più attrezzato. Un esempio generico: lo stesso imprenditore, con lo stesso errore alle spalle, in un posto viene evitato come un appestato e in un altro viene ascoltato come uno che sa dove si annidano i guai.
[LA VOCE DELL’ADVISOR]
Ho visto lo stigma fare più danni del fallimento stesso. Nella mia esperienza il colpo peggiore, per chi chiudeva un’attività, non era quasi mai la perdita economica: era la vergogna, lo sparire dalla circolazione, il non osare più farsi vedere. Eppure gli imprenditori che ho visto ripartire meglio erano proprio quelli che avevano già sbagliato una volta e ne portavano le cicatrici con lucidità, non con vergogna. Se hai attraversato una chiusura, il valore che ne resta è quello che hai imparato. Nasconderlo per pudore è l’unico modo di sprecarlo davvero.